Aspettarsi l'inaspettabile

Sono sempre io, ma in un'altra forma ...

In limine - Aspettarsi l'inaspettabile
Thu Jul 5

pedagogicamenteparlando:

“Mi piacciono le persone che lasciano il segno. Non cicatrici. Sono quelle persone che entrano in punta di piedi nella tua vita e la attraversano in silenzio. 
Parlano i gesti non la voce alta, gridano le emozioni non la rabbia.
Mi piacciono le persone che lasciano il segno, lì in quel piccolo posto chiamato cuore… sono quelle che mai se ne andranno perchè quel posto se lo sono conquistato con le piccole attenzioni di ogni giorno”


- Stephen Littleword 

Wed Jul 4
Mon Jul 2

(Source: nothingtomind, via disconnesso)

storie di ordinaria adolescenza tardiva

rosesandcherubim:

essere in quel particolare momento in cui se iniziassi a bere finirei a singhiozzare facendo impallidire perfino i personaggi di dawson’s creek.

(Source: rosescherubim)

(Source: miki-sato, via rosescherubim)

placidiappunti:

Non arrabbiarti se non puoi cambiare gli altri per farli come vorresti che fossero, dal momento che non puoi farlo neanche con te stesso.
(Thomas Kempis) 

Le persone dolci non sono ingenue. Né stupide, né tantomeno indifese. Anzi, sono così forti da potersi permettere di non indossare alcuna maschera. Libere di essere vulnerabili, di provare emozioni, di correre il rischio di essere felici. (via ancorainpiedi)

(via placidiappunti)

Se vuoi puoi usare qualche set vecchio che ancora non abbiamo bruciato. Arrangiati.” È così che ho deciso questa cosa di Meredith che apre l’occhio nel boschetto. Da qualche parte c’erano ancora dei pezzi di ferro di Lost e così, a ritroso, sono risalita fino all’idea del, diciamo, disastro aereo. Solo che poi, nel frattempo, tutti hanno firmato il rinnovo del contratto, e a quel punto ho dovuto lasciarli tutti vivi. Il finale discusso di Grey’s Anatomy 8 | TuttoFaMedia (via blondeinside)

(via blondeinside)

La cosa bella delle soap è che ti cacciano fuori la famiglia fino all’ottava generazione: per ogni plot twist c’è un cugino di dodicesimo grado pronto a reclamare la sua parte di drama. La cosa bella delle primetime soap è che lo fanno con una fotografia che ci evita di cavarci gli occhi. La cosa splendida di Revenge è che lo fa con stile. E con aerei che esplodono, sotterranei, orologi, collari di cani vecchissimi, donne incinte, false identità incrociate, omicidi offscreen, un senso quantomeno opinabile della privacy, tanto botox e una collezione di filmati di spionaggio in blu-ray che in confronto il Grande Fratello orwelliano era un dilettante. Manca solo il gemello cattivo, ma quello ce lo teniamo per la seconda stagione [cit.].

È come se gli autori, intenti a sfogliare il Manuale Delle Cose Che Possono Succedere (non so se esiste, ma dovrebbe), si fossero detti FUCK THAT, METTIAMOLE TUTTE, per poi precipitarsi sulla spiaggia a sorseggiare margarita. E così hanno fatto, con un risultato fenomenale.

E non lo uccide solo perché, all’ultimo, le viene in mente un uccello e suo padre che le dice «tu ami tutti, Amanda, è questo che mi piace di te». L’idea che dare le botte fortissime a un tizio che di mestiere organizza attentati – contro il quale hai, oltretutto, appena consegnato un fascicolo di prove all’FBI – e poi lasciarlo vivo non sia la più brillante delle idee non la sfiora neanche, segno che è stata attentissima durante le lezioni di kung-fu e giapponese avanzato ma ha saltato tutta la parte teorica sul non lasciare viva la gente.

Revenge non è sottile, ma capiamoci: se volessimo sottile guarderemmo un’altra serie. Vuole dirci che Emily pensa di essere cattiva, ma in realtà è buona. Vuole mostrarci che Victoria è cattiva ma è anche buona, e che nel mezzo c’è ben poco. Come lo fa? Vestiti. E no, non immaginate una declinazione minuziosa, attenta, quasi artistica del codice cromatico e della forma dell’abbigliamento: nero cattivo, bianco buono.
La meravigliosa recensione del season finale di Revenge. (via sweetpotatopie)

(via blondeinside)

Lì, a metà del mio quinto giorno in the city mi sono resa conto che New York non è una città come io concepivo le città.
Non c’è quel grigiore, quella nebbia che si vede a Londra e a Milano.
Non c’è la zavorra della storia si trascina dietro Parigi.
Non è bizzarra e assordante come Barcellona.
Non è piccola e provinciale come Valencia.
New York è una città che si mette in scena ogni volta che risali dalla metro, ogni volta che cambi quartiere, volti un angolo, attraversi una strada.
New York più che una città mi è sembrata un teatro, dove tutti possono essere quello che vogliono.
E’ questa sensazione di onnipotenza che fa venire voglia alla gente di provare a rimanere, di tentare di farcela a New York. Perché è la città stessa che ti da la forza di farlo, di provarci.
Ma ti sei vista?: Zitella goes to New York: Part #3 (via plettrude)

(via blondeinside)